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In cella nel deserto. La sorte dei respinti PDF Stampa E-mail

Condizioni disumane per 250 rifugiati eritrei in Libia. Molti, diretti in Italia, bloccati in mare un anno fa.

Ilaria Sesana, Avvenire, 4 luglio 2010

«Non possiamo sapere quanti siano, ma sia­mo certi che, fra i 250 eritrei che rischiano la deportazione, ci siano rifugiati respinti nel 2009 dalle forze italiane in Libia». Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) non nasconde la preoccupazione. Sono ragazzi e ragaz­ze molto giovani, in fuga da un dittatore che li vorrebbe costretti alla leva mili­tare per tutta la vita. Se fossero riusciti ad arrivare in Italia, avrebbero ottenu­to la protezione umanitaria. Spuntano nuovi, agghiaccianti particolari nella vicenda di cui Avvenire ha già dato conto l’altro ieri.

I profughi sono rinchiusi nel carcere di Brak (a 80 chilometri da Sebah, nel cuo­re del deserto), con una temperatura che sfiora i 50 gradi. «In ogni cella ci so­no 90 persone, stipate così strettamente che non hanno nemmeno lo spazio per stendersi e dormire; 18 sono feriti gra­vemente». Malgrado le difficoltà, don Mussie Zerai, presidente dell’associa­zione Habeshia di Roma, riesce a man­tenere i contatti con i profughi depor­tati martedì 29 giugno dal carcere di Misratha. Nessuno ha ricevuto assi­stenza medica, il rischio di infezioni è altissimo. Acqua e cibo sono insuffi­cienti.

«Ieri sera (venerdì, per chi legge, ndr) - ­ dice don Mussie - il responsabile del centro di detenzione li ha convocati per annunciare che entro una settimana verranno deportati in Eritrea». Inoltre tre persone sono scomparse: preleva­te dai militari con la scusa di andare a prendere dell’acqua, non hanno più fatto ritorno. Il campo di Brak, infatti, è gestito dai servizi di sicurezza dell’e­sercito libico e non dalla polizia, come avveniva per il centro di Misratha. I pri­gionieri sono angosciati: temono per la loro vita perché, dopo la rivolta di Misratha, sono visti come una minac­cia per la sicurezza nazionale.

Una situazione drammatica. Per que­sto motivo gli eritrei di Brak chiedono, attraverso l’associazione Habeshia, «di essere accolti in un Paese terzo, dove vengano rispettati i loro diritti». L’ap­pello viene sostenuto dal Cir, che ve­nerdì ha scritto al ministro Maroni, chiedendo che «l’Italia si faccia carico di queste persone, offrendo al governo libico l’immediato trasferimento e rein­sediamento in Italia».

«L’apprensione è massima - denuncia Gabriele Del Grande, fondatore del si­to Fortress Europe - anche nella co­munità eritrea di Tripoli è piombata la è paura. Senza dimenticare quello che potrebbe accadere a questi ragazzi se venissero riportati in Eritrea. Di sicuro finirebbero in un campo di detenzio­ne militare».

Sulla rete, anche grazie all’attività di Fortress Europe, c’è grande mobili­tazione. L’osservatorio chiede ai suoi utenti di scrivere una mail al ministro Maroni e al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, «per chiedergli di fermare le violenze e le deportazio­ni in Libia». «Le nostre coscienze non possono ri­manere tranquille mentre succedono queste cose. Si stanno macchiando di un peccato che rimarrà nella storia del­l’umanità - ha detto ieri padre Giovan­ni La Manna, presidente del Centro A­stalli, in un intervento a Radio Vatica­na -. Il silenzio fa passare tutto questo come una cosa normale, ma è tremen­do». La Libia infatti non rende conto a nessuna autorità internazionale del suo operato. Anche l’Alto commissa­riato delle Nazioni Unite per i rifugiati è stato allontanato dal Paese circa tre settimane fa.

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